Paradosso di Curry | interpretazione filosofica

Interpretazione filosofica

Secondo Piergiorgio Odifreddi, il paradosso di Curry rappresenterebbe “una vera e propria dimostrazione della non esistenza di Dio”[1], in quanto esso proverebbe che “l'assunzione di un essere necessario, o di una causa prima, è incompatibile con la logica”[2]. Comunemente per causa prima si intende un ente che esiste necessariamente solo grazie ad alcune sue proprietà e da cui deriva ogni altra realtà. Volendo tradurre questo concetto in termini logici, ci si accorge facilmente che esso viene a coincidere con l'enunciato paradossale di Curry: infatti è vero esclusivamente per come è costruito e, data l'equivalenza tra nesso causale nel linguaggio ordinario e implicazione materiale nel linguaggio formale, è la premessa di ogni conseguenza. Come osservato, però, tale espressione è impropria e viene rigettata da qualunque sistema formale al fine di non cadere nell'inconsistenza. Risulta quindi impossibile costruire un ragionamento che si avvalga di una logica formalizzata corretta e non contraddittoria e che al tempo stesso includa al suo interno l'idea di una causa prima. Così il paradosso di Curry diventa una confutazione dell'impostazione razionalista tipica, ad esempio, di Cartesio, Spinoza e Leibniz, secondo la quale sarebbe possibile affrontare razionalmente problemi metafisici e fornire con la pura ragione prove definitive dell'esistenza di Dio.

D'altro canto conferma l'argomentazione di Tommaso d'Aquino che nega la possibilità di una causa prima sullo stesso piano delle cause seconde e di conseguenza nega l'autoconsistenza del mondo, dimostrando così la necessità di una causa che sia al di sopra della catena dei fenomeni: cfr. partecipazione dell'essere[3].

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