Etruschi | religione

Religione

(LA)

« Gens itaque ante omnes alias eo magis dedita religionibus quod excelleret arte colendi eas... »

(IT)

« Era infatti un popolo più di tutti gli altri dedito alle pratiche religiose, perché eccelleva nell'arte di esercitarle... »

(Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 1)

Politeisti, gli Etruschi attribuivano alla religione un ruolo centrale sia nella vita privata che in quella pubblica. Fulcro della vita religiosa era il tempio, che si sviluppò in modo autonomo e con caratteristiche peculiari rispetto ai templi di tradizione greca. I templi etruschi erano eretti sia in contesti urbani (in particolare sulle acropoli), sia in luoghi di culto extraurbani (come il Santuario di Portonaccio a Veio), sia in punti di frequente transito (porti e valichi). Le preghiere, i sacrifici e le libagioni, eseguite nei templi e negli altari (anche di uso domestico), miravano a ottenere la benevolenza degli dei.

La centralità della religione nella vita quotidiana degli Etruschi emergeva soprattutto dal punto di vista ritualistico e superstizioso: si credeva che il rigido rispetto delle norme religiose favorisse il benessere della persona e dello Stato e che attraverso l'interpretazione di "segni" divini (divinazione) fosse possibile determinare la volontà degli dei, conformando ad essa le scelte concernenti sia la sfera privata che quella pubblica. Tale interpretazione era compito di specifiche figure sacerdotali:

  • àuguri (in latino augures): sacerdoti che interpretavano la volontà divina attraverso lo studio del volo degli uccelli (pratica più comunemente diffusa fra i romani);
  • aruspici (in latino haruspices): sacerdoti che dissezionavano e indagavano le viscere (fegato e intestino) degli animali;
  • folgoratori (in latino fulguratores): sacerdoti specializzati nell'interpretazione dei fulmini.

L'insieme delle complesse norme religiose etrusche era racchiuso in quella che i Romani definirono Etrusca disciplina.

Il divino

Il rapporto tra l'uomo etrusco e il divino era dominato dal timore (in latino metus). L'individuo, nella concezione etrusca, era in un rapporto di totale sottomissione di fronte alla volontà degli dei, che poteva solamente comprendere e subire. Erano gli dei, infatti, a stabilire il destino degli uomini (e anche quello degli Stati). Unica opportunità concessa agli uomini era quella di scrutare e prevedere anticipatamente il destino attraverso l'individuazione e l'analisi dei segni che gli dei mandavano periodicamente sulla terra; era inoltre possibile tentare di alterare in minima misura il destino compiendo atti idonei a compiacere le divinità. Infine era necessario osservare rigide regole comportamentali per non recare offesa agli dei.

Le divinità

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Mitologia etrusca.

Poco si conosce degli dei etruschi durante le fasi più antiche della loro civiltà. Parallelamente ad altre culture del Mediterraneo è probabile che fossero inizialmente concepiti come entità dall'aspetto interamente o parzialmente animale, poste a controllo di ogni manifestazione della natura e dei destini degli uomini. È solo con la fase orientalizzante (durante il VII sec. a.C.) che, sotto l'influsso culturale dei Greci, le divinità etrusche assumono un aspetto antropomorfo.

I tre dei più importanti sono: Tinia (che corrisponde a Giove/Zeus), la sua sposa Uni (Giunone/Era) e loro figlia Menrva (Minerva/Atena). Altri dei importanti sono: Aplu (Apollo), Turms (Mercurio/Ermes), Turan (Venere/Afrodite), Fufluns (Bacco/Dioniso), Nethuns (Nettuno/Poseidone) e Voltumna, cui era dedicato il santuario federale dei dodici popoli etruschi (fanum Voltumnae) presso Volsinii (Orvieto). Oltre agli dei superi esistevano anche divinità infere (in particolare Aita, corrispondente a Dis Pater/Plutone/Ade della religione greco-romana, e Phersipnei equivalente a Proserpina/Persefone, sua sposa) e demoni dell'oltretomba, tra cui le Vanth e i Charun.

La divinazione

Nella cultura etrusca la divinazione occupava un ruolo fondamentale. Essa si basava sul concetto di predestinazione, secondo il quale la vita di ogni essere vivente era stata scritta dagli dei fin dalla nascita. L'arte divinatoria permetteva all'uomo etrusco di individuare, attraverso lo studio di segni specifici, la volontà divina - e quindi il proprio destino - solo per adeguarvisi.

La divinazione etrusca si divide in due branche principali:

Contrariamente a quanto si è soliti pensare, l'arte divinatoria augurale (ovvero lo studio del volo degli uccelli), pratica tipica dei sacerdoti romani, non era tenuta molto in considerazione presso gli Etruschi.

L'arte divinatoria si basava sulla determinazione del templum, lo spazio sacro che rifletteva la suddivisione del cielo. Secondo gli Etruschi la volta celeste è attraversata idealmente da due rette perpendicolari: cardo (nord-sud) e decumano (est-ovest). Queste due rette dividono la volta celeste in quattro principali settori: prendendo l'osservatore come centro ideale del sistema e guardando in direzione sud si delimita davanti a lui la pars àntica (parte anteriore), mentre alle spalle dell'osservatore, verso nord, è la pars postica (parte posteriore). Allo stesso modo si delimita a ovest la pars hostilis o pars occidentalis o pars dextra, mentre a est è la pars familiaris o pars orientalis o pars sinistra. Ogni quadrante (formato dall'intersezione delle due rette) veniva diviso in altri quattro settori, per un totale di 16 settori, ognuno dei quali costituiva la sede di una divinità diversa: nel quadrante nord-est dimoravano le divinità più favorevoli (fra cui Tinia e Uni), mentre i settori del quadrante nord-ovest erano i più infausti, ed erano dedicati ai demoni dell'oltretomba; infine, i quadranti sud-ovest e sud-est erano le dimore delle divinità terrestri e della natura. A seconda del settore del cielo in cui apparivano fulmini, meteore o altri prodigi, il sacerdote risaliva alla divinità che governava quel settore e che, quindi, aveva scatenato il segno (stabilendo in questo modo se era di buon auspicio o meno), per poi cercare di dare un'interpretazione più concreta della volontà divina in base alla descrizione del prodigio e alle circostanze in cui si era verificato. La suddivisione della volta celeste si proiettava, poi, sugli elementi della terra, grazie alla stretta correlazione tra macrocosmo e microcosmo, punto cardine della religione etrusca; quindi anche il fegato degli animali sacrificati rifletteva lo schema celeste e veniva idealmente suddiviso in settori dedicati alle varie divinità, le cui volontà venivano interpretate per mezzo delle particolarità osservate, come anomalie, cicatrici o altri segni particolari.

Il peculiare ruolo assegnato dagli Etruschi alla divinazione era guardato con curiosità e forse con sarcasmo dai Romani, come suggerisce un passo di Seneca:

(LA)

« Hoc inter nos et Tuscos, quibus summa est fulgurum persequendorum scientia, interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmina emitti; ipsi existimant nubes collidi ut fulmina emittantur. Nam, cum omnia ad deum referant, in ea opinione sunt tamquam non, quia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant. »

(IT)

« Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi, che tengono in massima considerazione la scienza di tener dietro ai fulmini: noi crediamo che i fulmini siano provocati dallo scontro tra le nubi; essi ritengono che le nubi si scontrino al fine di provocare i fulmini. Infatti, poiché riconducono ogni cosa al divino, sono dell'opinione che le cose non abbiano un significato limitato al fatto di essere avvenute ma che accadano per portare un messaggio. »

(Seneca, Quaestiones naturales, II, 32.2)

Libri sacri e riti etruschi

Con il termine latino Etrusca disciplina si intende il complesso di norme e dottrine che regolavano la religione etrusca, per lo più raccolte in una serie di libri costituenti una sorta di "sacra scrittura". Le scarse notizie sulla disciplina degli Etruschi si devono agli autori romani (come ad esempio Cicerone), poiché tutti gli scritti etruschi sono andati perduti.

(LA)

« Quorum alia sunt posita in monumentis et disciplina quod Etruscorum declarant, et haruspicini et fulgurales et rituales libri... »

(IT)

« Altri di questi sono basati sulle opere e sulla disciplina che chiamano degli Etruschi, sia i Libri Aruspicini, sia i Fulgurali, sia i Rituali... »

(Cicerone, De divinatione, I, 72)

I libri principali sono pertanto tre, i primi due relativi ai due rami della divinazione etrusca, il terzo probabilmente costituente una collazione di libri diversi relativi ai rituali religiosi:

Libri Haruspicini

Sono chiamati anche Libri Tagetici, da Tagete, il giovane semidio figlio di Genio e di Tinia emerso dal solco di un aratro nella campagna di Tarquinia e da lui rivelati agli Etruschi. Questi libri trattavano l'interpretazione dei segni divini attraverso lo studio delle viscere animali (aruspicina).

Libri Fulgurales

(LA)

« ... ut in Tageticis libris legitur et Vegonicis fulmine mox tangendos adeo hebetari ut nec tonitrum nec maiores aliquos possint audire fragores. »

(IT)

« ... come si legge nei Libri Tagetici e nei Vegonici, dove si dice che coloro che devono essere di lì a poco colpiti a morte da un fulmine tanto appaiono infiacchiti da non poter udire né il fragore dei tuoni né alcun altro forte suono. »

(Ammiano Marcellino, Res Gestae libri XXXI, 17, 10, 2)

Sono chiamati anche Vegonici, dal nome della ninfa Vegoia da cui avrebbero avuto origine. In essi si trattava lo studio dei fulmini. Il fulmine era considerato il segno divino più importante, poiché era la manifestazione materiale del dio Tinia. A seconda della parte del cielo da cui veniva scagliato (Tinia poteva usufruire di tutti i settori della volta celeste e addirittura delegare altre divinità), del colore, della distanza, della forma e di altri aspetti, si cercava di interpretarne il significato. Importante era anche il numero dei fulmini scatenati; Tinia, infatti, disponeva di tre folgori: la prima veniva considerata un semplice avvertimento; la seconda era segno di minaccia; la terza, più potente, significava distruzione certa.

Libri Rituales

Essi contenevano l'elenco e una descrizione scrupolosa e dettagliata dei riti religiosi da seguire in particolari occasioni. Tipico era il rito di fondazione di una città: dapprima si tracciavano con il lituo (bastone ricurvo in cima usato dalle massime autorità e dai sacerdoti) due rette perpendicolari (Cardo e Decumano), formando quella che veniva chiamata croce sacrale, al cui centro (nel punto esatto di incontro delle due rette) veniva scavata una fossa (considerata come la porta di collegamento tra il regno dei vivi e quello dei morti) e ricoperta da lastre di pietra. Proprio nel punto esatto della fossa, il sacerdote, rivolto verso Sud, doveva pronunciare la seguente formula: "Questo è il mio davanti, questo il mio didietro, questa la mia sinistra, questa la mia destra".[30] Poi veniva tracciato il perimetro della città utilizzando un vomere di bronzo e prestando attenzione affinché le zolle di terra sollevate ricadessero all'interno (segnando il punto dove sarebbero state erette le mura, mentre il solco ne segnava il vallo). In corrispondenza delle porte cittadine il vomere veniva sollevato. Ogni città doveva avere un minimo di tre porte: una dedicata al dio Tinia, uno alla dea Uni e la terza alla dea Menrva (in onore dei quali dovevano essere dedicati altrettanti templi e altrettante strade). La porta a Est veniva considerata di buon auspicio; per contro, la porta a Ovest era la porta infausta (da lì venivano fatti passare i condannati a morte). Subito all'interno e all'esterno delle mura perimetrali vi era una striscia di terra chiamata pomerio dove era vietato sia coltivare sia edificare. Infine, all'interno della città le strade venivano tracciate parallele alla croce sacrale, cosicché da formare un reticolato (tipo scacchiera) dove ogni quadrato corrispondeva a un isolato.
Parte integrante dei Libri Rituales sono:

  • Libri Acherontici, sul mondo dell'oltretomba e sulle norme che lo guidano.
(LA)

« ... neque quod Etruria libris in Acheronticis pollicentur, certorum animalium sanguine numinibus certis dato divinas animas fieri et ab legibus mortalitatis educi. »

(IT)

« ... e non ciò che in Etruria nei Libri Acherontici si promette, che offrendo il sangue di animali determinati a determinati dei le anime divengono divine e sono sollevate dalle leggi che regolano i mortali. »

(Arnobius, Adversus Nationes Libri VII, II, 62.1)

Contenevano verosimilmente la descrizione dei vari passaggi che lo spirito del defunto doveva affrontare una volta giunto nell'oltretomba, con le formule da pronunciare e gli atti da svolgere per proseguire il cammino verso la propria dimora eterna, al fine di elevare lo stato del defunto fino a renderlo in comunione con gli dei. Contenuto e funzione sarebbero dunque analoghi ai Testi dei Sarcofagi e al Libro dei Morti caratteristici della religione egiziana.

  • Libri Fatales, sulla suddivisione del tempo e la durata del ciclo vitale dell'uomo e di uno Stato. Secondo la credenza etrusca, la vita di ogni essere vivente era divisa in cicli di sette anni ciascuno (chiamati Settimane), per un massimo di dodici cicli (84 anni). La vita media dell'uomo etrusco arrivava circa fino a dieci cicli (70 anni) e nell'ultimo anno di ogni ciclo (considerato il più critico) si doveva prestare particolare attenzione ai segnali divini. Anche la durata degli Stati era stabilita a priori dagli dei, ed era suddivisa in cicli chiamati Secoli, la cui durata non era di cento anni l'uno, ma cambiava di volta in volta (erano sempre gli dei a deciderlo). Uno Stato poteva durare al massimo dieci cicli. Al termine di ogni ciclo gli dei mandavano segni chiari e ben precisi, come il passaggio di una cometa, epidemie, o altre calamità. A quel punto gli etruschi capivano che un'era (o secolo) era passata e stava per cominciarne un'altra.
  • Ostentaria, sull'interpretazione dei prodigi.

L'Etrusca disciplina era tenuta in grande considerazione presso i romani, tanto che questa letteratura sacra etrusca fu tradotta in latino.

Riti funebri

Dopo la morte il corpo del defunto era lavato, vestito, sistemato su un letto con la testa sollevata e cosparso di unguenti profumati. Aveva quindi inizio la fase di esposizione del cadavere (in greco próthesis), cui partecipavano i parenti più stretti e le prefiche, donne pagate per compiangere il defunto cantando nenie (lamenti funebri) e innalzando lodi in suo onore accompagnate dal suono della tibia, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli[31]. Seguiva il trasferimento del corpo al sepolcro su un carro funebre (in greco ekphora), scortato dalla processione dei parenti e dalle prefiche. Nelle famiglie eminenti il funerale comprendeva esibizioni musicali accompagnate da danze e lo svolgimento di giochi commemorativi: gare atletiche (Tomba degli Àuguri, Tomba delle Bighe, Tomba del Colle Casuccini, Tomba delle Olimpiadi, Tomba di Poggio al Moro, Tomba della Scimmia), corse di carri (Tomba delle Bighe, Tomba delle Olimpiadi, Tomba del Colle Casuccini, Tomba di Poggio al Moro, Tomba della Scimmia), giochi cruenti (Tomba degli Àuguri, Tomba delle Olimpiadi).

Escatologia

Nella religione etrusca la morte e il destino ultimo dell'anima rivestivano un'importanza fondamentale. Allo stesso modo dei Latini e dei Greci, gli Etruschi credevano nell'esistenza di un oltretomba destinato a contenere gli spiriti dei trapassati, immaginato non come uno spazio immateriale ma come un mondo reale e complesso. La presenza di pozzi sacri nei quali erano gettate o versate offerte solide e liquide per gli dei dell'oltretomba e le analoghe notizie contenute nelle fonti antiche relative al mundus, varco di collegamento con il mondo infero che era aperto al momento della fondazione di una città (ed esistente anche a Roma), chiariscono che secondo le concezioni etrusche il mondo ultraterreno si trovava nel sottosuolo, non diversamente dagli Inferi romani o dall'Ade greco[32].

Il viaggio ultraterreno

L'esistenza dei Libri Acherontici sopra ricordati, il cui nome richiama l'Acheronte, fiume dell'Ade ben noto alla tradizione greco-romana, conferma la somiglianza tra la visione dell'aldilà etrusco e quella delle religioni classiche, suggerendo inoltre che la complessità e i pericoli del mondo ultraterreno erano considerati tali da necessitare, per essere affrontati, di appositi libri rituali contenenti verosimilmente formule e descrizioni accurate di ogni passaggio che lo spirito del defunto doveva affrontare nel suo viaggio ultraterreno verso la propria sede eterna (in questo accostandosi fortemente al Libro dei Morti e ai Testi dei Sarcofagi di tradizione egizia). Scene figurate in cui sono state riconosciute rappresentazioni del viaggio del defunto attraverso gli Inferi sono contenute, ad esempio, nella Tomba Campana di Veio (fine del VII sec. a.C.), in cui i defunti, nudi e a cavallo, attraversano un paesaggio connotato da elementi vegetali fantastici guidati da demoni psicopompi di aspetto umano ma di dimensioni maggiori (quello più avanzato porta un'arma che ricorda quella del Charun, l'altro regge le briglie e ha una lunga chioma che lo può caratterizzare come demone femminile, e dunque come Vanth); sono presenti inoltre fiere simili a leoni e pantere, di varia forma e dimensioni, tra cui si distingue una sfinge con testa umana. I cavalli su cui sono trasportati i defunti si dirigono simbolicamente verso la porta che separa la prima dalla seconda camera, più interna, della tomba[33]. Una scena apparentemente analoga è nel timpano della parete di fondo della prima camera della Tomba della Caccia e della Pesca a Tarquinia (fine VI sec. a.C.), con l'aggiunta di due servitori che seguono i cavalieri portando oggetti e selvaggina necessari al lungo viaggio. Nella Tomba del Cardinale di Tarquinia (III sec. a.C.) una defunta è trasportata su un calesse tirato da due demoni psicopompi alati (apparentemente due Vanth); altrove nella stessa tomba i Charun guidano i defunti che avanzano a piedi. Nella Tomba del Tifone (II sec. a.C.), sempre a Tarquinia, un demone munito di grande torcia accesa (una Vanth?) guida un corteo di togati accompagnati da un altro demone dalla pelle di colore blu (presumibilmente un Charun).

Abitanti dell'oltretomba

Divinità

Gli Inferi etruschi sono governati da una coppia di sovrani, spesso rappresentati in trono, Aita e Phersipnei. Altri nomi attestati sembrano comunque richiamare queste due figure, allo stesso modo in cui in latino il sovrano dell'oltretomba viene definito indifferentemente Dis Pater o Pluto (Plutone).

  • Aita (Ade): è il sovrano degli Inferi, rappresentato come un dio barbuto con peculiare copricapo ricavato dalla testa di un lupo. La sua compagna è Phersipnei (Persefone).
  • Cavatha: divinità dell'oltretomba assimilabile a Phersipnei, ricordata come consorte del dio Śuri.
  • Manth: divinità dell'oltretomba assimilabile ad Aita. Dal suo nome deriva quello della città di Mantova.
  • Phersipnei (Persefone): regina dell'oltretomba e moglie del dio Aita; è rappresentata come una giovane donna tra i cui capelli si agitano serpi.
  • Śuri: divinità dell'oltretomba assimilabile ad Aita. Il suo nome significa probabilmente "l'Oscuro" e corrisponde quasi certamente a Soranus, divinità minore del pantheon romano il cui centro di culto era posto sul Monte Soratte, che da lui prende il nome. La sua compagna è Cavatha.
  • Tifone: un titano di tale forza da aver sconfitto provvisoriamente lo stesso Zeus. Colpito da quest'ultimo al momento di scagliare la Sicilia contro il re dell'Olimpo, fu schiacciato dal peso della terra sollevata e rimase prigioniero nel sottosuolo; la sua furia si manifesta nel vulcanismo. Per tali ragioni può essere considerato una delle divinità infere e come tale rappresentato nella Tomba del Tifone di Tarquinia mentre sorregge il soffitto della tomba.
  • Tritone: a differenza del Caronte greco, vecchio demone canuto, la figura del traghettatore degli spiriti attraverso le paludi dell'oltretomba sembra impersonata da un mostro alato con aspetto umano nella parte superiore ma con le gambe in forma di coda di pesce, la cui rappresentazione è analoga a quella del Tritone della tradizione classica. Regge solitamente un timone con atteggiamento minaccioso. Si ritrova rappresentato, ad esempio, nella Tomba dei Rilievi di Cerveteri, nella Tomba della Sirena di Sovana e in urne e sarcofagi.
Demoni

Caratteristica della religione etrusca è l'importanza data alle figure demoniache che abitano l'aldilà, frequentemente rappresentate attorno agli spiriti dei defunti durante il loro viaggio ultraterreno oppure presenti in scene relative ad uccisioni, dove hanno la funzione di preannunciare l'infausto destino che attende il personaggio soccombente. Un altro dato peculiare è la frequente moltiplicazione di Vanth e Charun nelle scene figurate, ad indicare che non si tratta di singole entità demoniache ma di classi di demoni.

  • Achrumune: demone alato dalla pelle bluastra, armato di ascia. Il nome sembra contenere la stessa radice del termine Acheronte: Ach(e) rumune potrebbe pertanto essere il signore o il guardiano del fiume Acheronte. Riprodotto nella Tomba dei Caronti di Tarquinia.
  • Cerbero: celebre cane mostruoso a tre teste che vive negli Inferi. Si trova rappresentato nella Tomba dei Rilievi di Cerveteri.
  • Cerun (Gerione): mostro con l'aspetto di un uomo con tre teste. Compare nella Tomba dell'Orco di Tarquinia.
  • Charun (Caronte): demone con volto mostruoso e pelle bluastra, spesso raffigurato alato; è armato di un lungo martello, nella Tomba dei Caronti di Tarquinia anche di una spada corta. Pur essendo etimologicamente connesso con il Caronte greco non ha la funzione di traghettatore degli Inferi ma appare come un semplice psicopompo. Il martello ha la probabile funzione di percuotere gli spiriti che si ribellano alle sue indicazioni durante il viaggio ultraterreno.
  • Tuchulcha: spaventoso demone alato il cui volto è composto da parti di bestie diverse, tra cui il becco di un rapace. Nelle mani tiene due serpenti barbuti. Nella Tomba dell'Orco di Tarquinia è posto a guardia di Teseo e Piritoo e non sembra pertanto avere un ruolo psicopompo.
  • Vanth: demone alato con l'aspetto di una giovane donna; sostiene generalmente una torcia accesa con cui guida benevolmente gli spiriti nell'aldilà.
Spiriti illustri
  • Achmemrun (Agamennone): re di Micene e comandante delle forze greche durante la Guerra di Troia, raffigurato nella Tomba dell'Orco di Tarquinia.
  • Aivas (Aiace): eroe greco durante la Guerra di Troia, raffigurato nella Tomba dell'Orco di Tarquinia.
  • Piritoo: compagno di Teseo, è costretto all'immobilità negli Inferi per aver tentato di rapire Persefone; è raffigurato nella Tomba dell'Orco di Tarquinia.
  • Teriasal (Tiresia): è il celebre indovino cieco dipinto nella Tomba dell'Orco di Tarquinia con la didascalia hinthial Teriasals ("ombra di Tiresia").
  • These (Teseo): re di Atene sceso nell'Ade per rapire Persefone. Nella Tomba dell'Orco appare seduto di fronte al compagno Piritoo, impossibilitato a muoversi come punizione per il suo vano tentativo.
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