Console (storia romana) | consolato in età repubblicana

Consolato in età repubblicana

Fu istituita secondo la tradizione alla cacciata del regime monarchico dei Tarquini da Roma nel 509 a.C.[4] ed alla fondazione della Repubblica, anche se la storia remota è in parte leggendaria[5] e la successione di consoli non è continua nel V secolo a.C.. I primi consoli a occupare tale carica mantennero tutte le attribuzioni e le insegne dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasces, per dare l'impressione di un terrore raddoppiato.[1]

Condizioni di eleggibilità

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Cursus honorum.

Il consolato fu il normale punto d'arrivo del cursus honorum, la sequenza di incarichi perseguiti dai Romani ambiziosi.

Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei. I consoli venivano eletti dal popolo riunito nei comizi centuriati.

Durante i periodi di guerra, il criterio primario di scelta del console era l'abilità militare e la reputazione, ma in tutti i casi la selezione era connotata politicamente. Inizialmente solo i patrizi potevano divenire consoli. Con le cosiddette Leges Liciniae Sextiae (367 a.C.), i plebei ottennero il diritto a eleggerne uno; il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.C.[6]

Competenze e poteri

Moneta raffigurante un console accompagnato da due littori.

I due consoli della Repubblica erano i più alti in grado tra i magistrati ordinari.[7] Le competenze consolari investivano tutto l'agire pubblico, in pace come in guerra, compreso il fatto di introdurre le ambascerie di re e principi stranieri davanti al Senato.[8] Nei fatti, tutti i poteri non appannaggio del Senato o di altri magistrati erano in capo ai due consoli. Dopo la loro elezione, ottenevano l'imperium dall'assemblea.

Potevano proporre al Senato gli affari urgenti per la discussione e facevano eseguire i Senatus consulta.[9]

Il console era a capo del governo romano e, poiché rappresentava la massima autorità di governo, anche di tutta una serie di funzionari e magistrati della pubblica amministrazione, a cui erano delegate varie funzioni. I consoli convocavano e presiedevano le adunanze del Senato romano (ius agendi cum patribus) e le assemblee cittadine (comizi centuriati) del popolo (ius agendi cum populo), avendo la responsabilità ultima di far rispettare le politiche e le leggi adottate da entrambe le istituzioni.[10] Polibio infatti afferma che

«Spetta ai consoli occuparsi di convocare i comizi, proporre le leggi e presiedere all'attuazione dei decreti popolari, in quei settori della pubblica amministrazione dove ha competenza il popolo.»

(Polibio, VI, 12.4.)

Il console era anche il capo della diplomazia romana, potendo effettuare affari con le popolazioni straniere e facilitando le interazioni tra gli ambasciatori stranieri e il Senato. A fronte di un ordine da parte del senato, i consoli divenivano responsabili di fare le leve e di scegliere gli uomini più idonei, di imporre agli alleati le loro decisioni, di nominare i tribuni militari, e di avere il comando "pressoché assoluto" dell'esercito.[10][11] I consoli, disponendo della suprema autorità in campo militare,[12] dovevano essere dotati di risorse finanziarie adeguate da parte del Senato per condurre e mantenere i loro eserciti,[13] ed erano autorizzati a spendere il pubblico denaro nella misura in cui credevano più opportuna. Per questo motivo avevano al loro fianco un quaestor urbanus, che eseguiva puntualmente i loro ordini.[14] Mentre erano all'estero, il console aveva un potere assoluto sui suoi soldati e sulle province romane,[10] potendo punire chiunque tra i soldati in servizio effettivo.[15] Erano, quindi, incaricati sia dei doveri religiosi sia di quelli militari; la lettura degli auspici era un passo essenziale prima di condurre l'esercito in battaglia.

«È previsto, infine, che i consoli, al momento di lasciare la loro carica, rendano conto del loro operato al popolo, e non è cosa saggia per i consoli trascurare il favore sia del popolo sia del senato

(Polibio, VI, 15.10-11.)

Ornamenti consolari

Rievocazione storica di un console con toga pretesta.

Gli ornamenti consolari sono gli attributi distintivi che contraddistinguono un console in carica, o un ex-console, tra la folla urbana. Manifestazione del suo imperium, essi sono il retaggio del periodo regio ed etrusco iniziale.[16]

Segni esteriori della dignità consolare erano la toga praetexta, abito bianco con orlo di porpora, in città, il paludamentum di porpora in guerra e nel trionfo, la sella curule (sedia portatile di avorio), dodici littori[17] portanti fasces di verghe e, fuori del pomerium, fasces con scuri.[18]

Titolarità, autonomia e collegialità

Ognuno dei due consoli era titolare del potere nella sua interezza e poteva esercitarlo in via del tutto autonoma, salva la facoltà del collega di porre il veto (intercessio). Per evitare possibili inconvenienti, si escogitarono diversi sistemi, grazie ai quali - in forza di un accordo politico tra i due - certi periodi o in determinati settori di attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. Il più noto è quello dei turni, in base al quale i due consoli dividevano l'anno in periodi - in genere mensili - in cui si alternavano nel disbrigo degli affari civili (nell'esercizio del comando militare, nel caso in cui entrambi i consoli fossero alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri).[19][20]

Un altro sistema era quello che si basava sulla ripartizione delle competenze tra i consoli eletti, in base al quale ciascuno dei due esercitava in maniera esclusiva alcuni poteri. È comunque importante sottolineare che la divisione di competenze o i turni di esercizio non interessava alcune forme di esercizio del potere (come le proposte di legge).

Poteri straordinari

In via eccezionale i consoli potevano ricevere dal senato i pieni poteri: il provvedimento era chiamato senatus consultum de re publica defendenda, successivamente Marco Tullio Cicerone, durante il suo consolato, a seguito della rivolta di Lucio Sergio Catilina lo rinominò senatus consultum ultimum, estremo provvedimento del senato, e la formula era:

(LA)

«Caveant consules ne quid detrimenti res publica capiat»

(IT)

«Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun danno.»

A tale formula si ricorse poche volte:

Durata e sostituti

Erano eletti ogni anno (dalle calende di gennaio di ogni anno a dicembre) dai comizi centuriati[7]. La campagna elettorale si svolgeva nell'estate dell'anno precedente, Cesare fu eletto nel luglio del 60 a. C. per il 59 e dovette rinunciare al trionfo per essere presente fisicamente a Roma senza armi. I due consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro nomi.[18] Ad esempio, il 59 a.C. per i Romani era quello del "consolato di Cesare e Bibulo", poiché i due consoli erano Gaio Giulio Cesare e Marco Calpurnio Bibulo (anche se il partito di Cesare dominò la vita pubblica impedendo a Bibulo di esercitare il proprio mandato tanto che l'anno fu ironicamente chiamato "il consolato di Giulio e Cesare").[21]

Se un console moriva durante il suo mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa dell'esercito), si eleggeva un sostituto, che era chiamato "console suffetto" (consul suffectus in latino), per completare la durata del mandato.[19]

Una volta terminato il mandato, deteneva il titolo onorifico di "consulare" in senato, ma doveva attendere dieci anni prima di poter essere rieletto nuovamente al consolato.[22]

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