Oracolo di Delfi

1leftarrow blue.svgVoce principale: Religione dell'antica Grecia.

L'Oracolo di Delfi è l' oracolo più prestigioso della religione greca del periodo arcaico [1].

La storia

La storia tradizionale dell'Oracolo di Delfi è raccontata nelle prime righe delle Eumenidi, opera di Eschilo. È lo stesso oracolo, la Pythía (Πυθία anche Pizia) a parlare:

(GRC)

« πρῶτον μὲν εὐχῇ τῇδε πρεσβεύω θεῶν
τὴν πρωτόμαντιν Γαῖαν• ἐκ δὲ τῆς Θέμιν,
ἣ δὴ τὸ μητρὸς δευτέρα τόδ᾽ ἕζετο
μαντεῖον, ὡς λόγος τις• ἐν δὲ τῷ τρίτῳ
λάχει, θελούσης, οὐδὲ πρὸς βίαν τινός,
Τιτανὶς ἄλλη παῖς Χθονὸς καθέζετο,
Φοίβη• δίδωσι δ᾽ ἣ γενέθλιον δόσιν
Φοίβῳ• τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον.
λιπὼν δὲ λίμνην Δηλίαν τε χοιράδα,
κέλσας ἐπ᾽ ἀκτὰς ναυπόρους τὰς Παλλάδος,
ἐς τήνδε γαῖαν ἦλθε Παρνησοῦ θ᾽ ἕδρας.
πέμπουσι δ᾽ αὐτὸν καὶ σεβίζουσιν μέγα
κελευθοποιοὶ παῖδες Ἡφαίστου, χθόνα
ἀνήμερον τιθέντες ἡμερωμένην.
μολόντα δ᾽ αὐτὸν κάρτα τιμαλφεῖ λεώς,
Δελφός τε χώρας τῆσδε πρυμνήτης ἄναξ.
τέχνης δέ νιν Ζεὺς ἔνθεον κτίσας φρένα
ἵζει τέταρτον τοῖσδε μάντιν ἐν θρόνοις•
Διὸς προφήτης δ᾽ ἐστὶ Λοξίας πατρός.
τούτους ἐν εὐχαῖς φροιμιάζομαι θεούς.
Παλλὰς προναία δ᾽ ἐν λόγοις πρεσβεύεται•
σέβω δὲ νύμφας, ἔνθα Κωρυκὶς πέτρα
κοίλη, φίλορνις, δαιμόνων ἀναστροφή•
Βρόμιος ἔχει τὸν χῶρον, οὐδ᾽ ἀμνημονῶ,
ἐξ οὗτε Βάκχαις ἐστρατήγησεν θεός,
λαγὼ δίκην Πενθεῖ καταῤῥάψας μόρον•
Πλειστοῦ τε πηγὰς καὶ Ποσειδῶνος κράτος
καλοῦσα καὶ τέλειον ὕψιστον Δία,
ἔπειτα μάντις ἐς θρόνους καθιζάνω.
καὶ νῦν τυχεῖν με τῶν πρὶν εἰσόδων μακρῷ
ἄριστα δοῖεν• κεἰ παρ᾽ Ἑλλήνων τινές,
ἴτων πάλῳ λαχόντες, ὡς νομίζεται.
μαντεύομαι γὰρ ὡς ἂν ἡγῆται θεός. »

(IT)

« Innanzi a tutto con questa preghiera fra tutti gli dèi la prima profetessa, Terra [2], io venero. E dopo di lei Themis [3], che con la madre, per seconda -a quanto si dice- sedeva sul trono della profezia; e poi toccò per terza a un'altra Titanide -erano d'accordo, e non ci fu violenza [4]- e la figlia della Terra sedette sul trono: Febe [5]. Fu lei a concedere a Febo il potere profetico, come dono natale.
Da Febe, Febo prese il nome. A Delo lasciò il terreno palustre, lasciò gli scogli, e approdò alle coste e ai porti di Pallade [6]: giunse a questa terra e trovò dimora sul monte Parnaso.
Grande onore fecero al dio i figli di Efesto: lo accompagnarono, gli aprirono la via, e bonificarono quella terra che era selvaggia [7]. Al suo arrivo il dio fu festeggiato solennemente dal popolo e da Delfo che era il sovrano, al governo di quella terra. E Zeus insediò nel dio, nella sua mente, l'arte mantica: quarto profeta ora lui siede sul trono. E il Lossia [8] è interprete di Zeus, suo padre.
Questi dèi per primi nelle mie preghiere io voglio cantare, e poi a Pallade Pronaia [9] con le mie parole voglio rendere onore; e alle ninfe, che stanno nel roccioso antro Coricio, dove vivono gli uccelli e gli dèi tornano spesso. Bromio [10] è signore del luogo -non lo dimentico: da là il dio mosse con il suo esercito di baccanti, per straziare Penteo, braccandolo a morte come una lepre.
E le fonti del Plisto e la potenza di Poseidone [11] ancora io invoco; e l'altissimo Zeus che tutto compie: come sua interprete io siedo su questo seggio.
E ora gli dèi mi concedano fortuna, che mi vada meglio rispetto a quelli che sono entrati qui prima: se sono arrivata dei Greci, entrino tirando a sorte il loro turno, come di rito: io darò profezia come il dio mi insegna. »

( Eschilo. Eumenidi 1-34. Traduzione di Monica Centanni, in Eschilo Le tragedie, Milano, Mondadori, 2007, pp. 598-601)

Diverso il racconto tradizionale dell'Inno omerico ad Apollo [12]:

(GRC)

« ἔνθεν καρπαλίμως προσέβης πρὸς δειράδα θύων
ἵκεο δ᾽ ἐς Κρίσην ὑπὸ Παρνησὸν νιφόεντα,
κνημὸν πρὸς Ζέφυρον τετραμμένον, αὐτὰρ ὕπερθεν
πέτρη ἐπικρέμαται, κοίλη δ᾽ ὑποδέδρομε βῆσσα,
τρηχεῖ᾽: ἔνθα ἄναξ τεκμήρατο Φοῖβος Ἀπόλλων
νηὸν ποιήσασθαι ἐπήρατον εἶπέ τε μῦθον:
ἐνθάδε δὴ φρονέω τεῦξαι περικαλλέα νηὸν
ἔμμεναι ἀνθρώποις χρηστήριον, οἵτε μοι αἰεὶ
ἐνθάδ᾽ ἀγινήσουσι τεληέσσας ἑκατόμβας,
ἠμὲν ὅσοι Πελοπόννησον πίειραν ἔχουσιν,
ἠδ᾽ ὅσοι Εὐρώπην τε καὶ ἀμφιρύτας κατὰ νήσους,
χρησόμενοι: τοῖσιν δ᾽ ἄρ᾽ ἐγὼ νημερτέα βουλὴν
πᾶσι θεμιστεύοιμι χρέων ἐνὶ πίονι νηῷ.
ὣς εἰπὼν διέθηκε θεμείλια Φοῖβος Ἀπόλλων
εὐρέα καὶ μάλα μακρὰ διηνεκές: αὐτὰρ ἐπ᾽ αὐτοῖς
λάινον οὐδὸν ἔθηκε Τροφώνιος ἠδ᾽ Ἀγαμήδης,
υἱέες Ἐργίνου, φίλοι ἀθανάτοισι θεοῖσιν:
ἀμφὶ δὲ νηὸν ἔνασσαν ἀθέσφατα φῦλ᾽ ἀνθρώπων
ξεστοῖσιν λάεσσιν, ἀοίδιμον ἔμμεναι αἰεί.
ἀγχοῦ δὲ κρήνη καλλίρροος, ἔνθα δράκαιναν
κτεῖνεν ἄναξ, Διὸς υἱός, ἀπὸ κρατεροῖο βιοῖο,
ζατρεφέα, μεγάλην, τέρας ἄγριον, ἣ κακὰ πολλὰ
ἀνθρώπους ἔρδεσκεν ἐπὶ χθονί, πολλὰ μὲν αὐτούς,
πολλὰ δὲ μῆλα ταναύποδ᾽, ἐπεὶ πέλε πῆμα δαφοινόν. »

(IT)

« Di là, pieno d'ira [13] procedesti rapidamente verso la montagna,
e giungesti a Crisa, collina rivolta a occidente,
ai piedi del Parnaso coperto di neve. Su di essa
incombe una rupe, e sotto si estende una valle profonda,
scoscesa. Là Febo Apollo, il signore, decise
d'innalzare l'amabile tempio; e così disse:
"Qui io intendo innalzare uno splendido tempio
che sia oraclo per gli uomini, i quali sempre
qui mi porteranno perfette ecatombi
- quanti abitano il Peloponneso fecondo,
quanti abitano l'Europa, e le sue isole circondate dal mare-
desiderosi di consultare l'oracolo: e a tutti loro il mio consiglio infallibile
io esprimerò, dando responsi nel pingue tempio".
Così parlava Febo Apollo; e gettò le fondamenta,
ampie, profonde, compatte. Su di esse poi
innalzavano un basamanto di pietra Trofonio [14] e Agamede
figli di Ergino, cari agli dei immortali;
edificavano poi le mura del tempio infinite stirpi di uomini
con pietre saldamente impiantate, perché fosse eterno celebrato nel canto.
Lì vicino era la fonte dalle belle acque [15], ove il dio figlio di Zeus
uccise la dracèna [16] col suo arco possente:
mostro, vorace, grande, selvaggio, che molti mali
infliggeva agli uomini sulla terra; molti ad essi
o molti al bestiame dalle agili zampe, poiché era un sanguinario flagello. »

(Inno omerico ad Apollo 281-304. Traduzione di Filippo Cassola, in Inni omerici, Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2006, pp. 130-133)
Temple d'Apollon Delphes.jpg

Il tempio di Apollo a Delfi. Collocato a 500 metri di altitudine e, in linea d'aria, a 8 km dal Golfo di Corinto, il santuario panellenico di Delfi, di cui il tempio è la principale costruzione, risale all' Età micenea anche se non si conosce con certezza quando sia avvenuta la sua attribuzione ad Apollo. Dipendente dalla città di Delfi (che decideva ad esempio la promanzia), a partire dal VI secolo a. C. il santuario passò sotto il controllo dell' Anfizionia (ἀμϕικτιονία) pilaico-delfica [17]. Intorno alla metà del VI secolo a.C. il tempio fu distrutto da un incendio. Nel 505 terminerà la sua ricostruzione, avviata grazie ai finanziamenti dei Greci e non solo (contribuì anche il faraone Amasi), e prenderà il nome di tempio degli Alcmeonidi, per via dell'importante ruolo svolto nella ricostruzione dalla famiglia ateniese degli Alcmeonidi, qui esiliata. Nel 373 a. C. il tempio venne nuovamente distrutto, questa volta quasi certamente da un terremoto. La sua ricostruzione tarderà fino al 325 a.C. per via della Terza guerra sacra ( 356- 346). Il tempio è periptero, misura 21,64 per 58,18 metri, possiede 6 colonne doriche sulla facciata e 15 per ogni lato. Il suo interno è diviso in tre vani: il prónaos(πρόνᾱος, dal lato delle colonne ancora rimaste in piedi), il naós (νᾱός) e l'opisthódomos (ὀπισθόδομος). Il prónaos raccoglieva le "massime" dei Sette Sapienti [18]. Il naós, dalla pianta molto allungata, ospitava invece alcuni altari tra cui quello di Estia e quello di Poseidone. Un locale posto sotto il tempio fungeva da ádyton (ἄδυτον), il luogo dove la Pythía (Πυθία, anche Pizia) pronunciava gli oracoli (χρησμός, chrēsmós).

Omphallos.jpg

A sinistra l'immagine di una copia romana dell'omphalós (ὀμφαλός), la pietra conservata nel tempio dove indicava il centro, l'"ombelico" dell'intero mondo [19] [20].

Themis Aigeus Antikensammlung Berlin F2538.jpg

A destra una kylix attica a figure rosse del 440- 430 a.C, opera del Pittore di Kodros, conservata presso l' Antikensammlung di Berlino. In questa immagine Egeo, il mitico re di Atene, consulta non la Pythía, ma la dea Themis, divinità della legge e in Eschilo seconda detentrice dell'oracolo, assisa sul bacile di un tripode (τρίπους) di foggia simile a quelli usati per bollire le carni sacrificali [21].

Evidenze archeologiche hanno dimostrato che il sito in cui era collocato l'oracolo fu luogo sacro fin dall' epoca pre-greca [22]. In epoca antica la consultazione dell'oracolo conservava una periodicità annuale avvenendo il 7 del mese di Bisio (febbraio/marzo) [23], in epoca classica tale periodicità acquisì una ordinaria cadenza mensile più le consultazioni considerate straordinarie [24]. L'organizzazione templare risultava articolata: i sacerdoti (ἱερεύς) di Apollo erano due e venivano nominati a vita, essi avevano cura del culto al dio e conservavano la sua statua; seguivano gli hósioi (Ὄσιοι) in numero di cinque, nominati anch'essi a vita controllavano il rispetto dei riti lì celebrati; i prophétes (προφήτης) assistevano invece la Pythía (Πυθία); seguiva altro personale addetto ai sacrifici (μάγειροι), alle pulizie, all'amministrazione [25]. La personalità più prestigiosa era la Pythía, la profetessa, scelta tra le donne di Delfi senza alcuna selezione in base all'età e nominata a vita. Potevano esservi più profetesse, fino a tre, la loro esistenza sacra era regolata dalla purezza rituale e dalla continenza, condizione esibita anche per mezzo di un preciso abbigliamento [26] e per un'alimentazione regolata [25]. La Pythía viveva nel santuario [25].

Nel caso delle consultazioni ordinarie (mensili), chiunque poteva chiedere responsi e il sacrificio che precedevano i riti era offerto dalla città di Delfi; per quanto attiene invece le consultazioni "straordinarie", il sacrificio che le precedeva era a spese proprie del consultante il quale, se straniero, poteva procedere solo se accompagnato da un prosseno di Delfi [24]. L'ordine della consultazione seguiva secondo alcune rigide regole: i Greci avevano la precedenza sui barbari e tra i Greci, i cittadini di Delfi avevano la precedenza; a seguire, i cittadini dell'anfizionia pilaico-delfica. Nel caso si fosse presentata la condizione di uguale diritto, si tirava a sorte. La città di Delfi si riservava comunque il diritto di riconoscere per decreto la promanzia (προμαντεία), ovvero la possibilità offerta a un consultante di essere ricevuto dall'oracolo prima di altri [24].

Prima di ogni singolo oracolo, il consultante doveva offrire il πέλανος (pelanós), una libagione in natura, e pagare una tassa il cui ammontare si differenziava in base al fatto se il consulto atteneva alla sfera privata o a quella pubblica. Seguiva un primo sacrificio cruento detto πρόθυσις (próthysis) che corrispondeva generalmente a una capra e, infine, il consultante doveva deporre sul tavolo sacro un'ulteriore parte di un'altra vittima sacrificale [27]. A questo punto si avviava la consultazione: secondo i testi, la Pythía entrava nel tempio e faceva bruciare farina d'orzo e foglie di alloro sulla hestía (εστία) dal fuoco perenne [28], quindi scendeva nell'ádyton (ἄδυτον), il sacro locale posto sotto la pavimentazione del tempio dove era collocato anche l'omphalós (ὀμφαλός), la sacra pietra che indica il centro del mondo. Lì seduta su un calderone sacrificale (lebēs, λέβης) chiuso da un coperchio e poggiato su un tripode (trípous, τρίπους), tenendo un ramo d'alloro (dáphnē, δάφνη) tagliato fresco e circondata da misteriosi vapori provenienti da una fenditura del terreno che salivano verso un'apertura verticale come quella di un pozzo [28], ella pronunciava gli oracoli che il προφήτης metteva per iscritto in esametro "omerico". Non si sa dove il consultante si collocasse, né se la sua domanda venisse o meno trascritta, ma questa domanda era proposta per mezzo di un'alternativa a cui la Pythía rispondeva [24].

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