Liberalismo

La Statua della Libertà raffigura Libertas, dèa romana della libertà, progettata e scolpita dai francesi, che la donarono agli Stati Uniti d'America per la celebrazione della rivoluzione americana.
Monumento a la Constitución de 1812, situato in Piazza di Spagna a Cadice

Liberalismo è il termine utilizzato a partire dal '900 (probabile primo esempio [1] nel 1911: Il Liberalismo, di Hobhouse) per indicare la dottrina politica elaborata inizialmente dai filosofi illuministi tra la fine del XVII e il XVIII secolo. Tale dottrina è completamente impostata sulla difesa dei diritti individuali, individuati come naturali e indicati come unica giustificazione dell’esistenza di un’autorità pubblica [2].

La teoria politica, impostata con rigore logico dal filosofo contrattualista e giusnaturalista John Locke [3], propone una struttura istituzionale caratterizzata da due punti fondamentali [4]:

- fondazione di tutto il sistema politico e giuridico esclusivamente sulla difesa dei diritti individuali (descritti in un elenco detto atto dei diritti o bill of rights), e di quelli da essi derivati in modalità deduttiva;

- scetticismo nei confronti del potere politico, da cui consegue la necessità di opporsi all'arbitrio politico (cioè la violazione dei diritti individuali da parte dell’autorità pubblica) mediante la separazione dei poteri politici (ai fini di sorveglianza reciproca, non di autonomo arbitrio, come spesso viene equivocato) e la severa responsabilità diretta del funzionario pubblico [5].

Storia

Nonostante l'origine novecentesca del termine, le radici del liberalismo sono molto più antiche.

Se la filosofia unitaria può ricondursi alle dottrine giusnaturalistiche di John Locke, alle teorie dei filosofi scozzesi David Hume e Adam Smith e nell' illuminismo europeo ( Montesquieu, Voltaire, Kant, Verri, Beccaria) e americano ( Thomas Jefferson, George Mason), le sue radici giusnaturaliste risalgono tradizionalmente all'Antigone di Sofocle ( [6] - 400 a.c) e all'opera dei filosofi greci ( [7]), mentre quelle contrattualiste al Critone di Platone (500 a.C.). Tra gli ispiratori della necessità di separare i poteri uno dei più noti antesignani fu Marsilio da Padova [8].

Ma sin dalle origini [9], il liberalismo è oggetto di elaborazioni e approfondimenti sia in senso epistemologico (la polemica sull'oggettività/arbitrarietà del diritto naturale sembra priva di soluzione di continuità) che applicativo (deduzioni giuridiche ed economiche) che teorico (la scoperta di nuovi diritti non avrebbe fine, secondo F. Von Hayek [10], che definisce il liberalismo una teoria evoluzionista, sulle orme di David Hume).

John Locke e la Gloriosa Rivoluzione inglese

John Locke, filosofo inglese, è uno dei fondatori del liberalismo politico

Il filosofo inglese John Locke può essere considerato a tutti gli effetti il precursore del liberalismo, così come la Seconda Rivoluzione inglese ( Gloriosa Rivoluzione inglese) può essere vista come l'antecedente delle rivoluzioni Liberali dell'inizio del XIX secolo. In Inghilterra l'imposizione di limiti al potere del sovrano avviene, a differenza che negli altri paesi europei, attraverso un processo storico graduale che viene fatto iniziare addirittura nel Medio Evo con la concessione della Magna Charta. Il passaggio dal feudalesimo allo Stato liberale avviene senza la mediazione dell' assolutismo monarchico, se si esclude il periodo di regno dei Tudor, caratterizzato da un notevole accentramento dei poteri nelle mani dei sovrani.

Il tentativo della successiva dinastia degli Stuart di prolungare il sistema assolutistico con minore abilità portò allo scoppio della prima rivoluzione inglese, guidata dal leader anti-monarchico, ma non liberale, Oliver Cromwell. Dopo numerosi sconvolgimenti politici nel 1689 il Parlamento inglese riuscì a portare sul trono Guglielmo III d'Orange, che si impegnava a garantire al Parlamento stesso e ai cittadini inglesi una serie di diritti e libertà solennemente proclamati nel Bill of Rights. L'Inghilterra fu così il primo Stato al mondo ad essere governato da una monarchia costituzionale, la tipica forma di governo del liberalismo classico.

Nel 1690 Locke, che apparteneva al Partito Whig (più tardi chiamato Partito Liberale), pubblicò anonimo Due Trattati sul Governo, che contenevano i principi fondamentali del liberalismo classico. Il filosofo britannico sviluppa il proprio pensiero partendo dalla teoria del contrattualismo (già avanzata da Thomas Hobbes e ripresa poi, con esiti opposti da quelli del filosofo inglese, da Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale). Secondo Locke, nello stato di natura tutti gli uomini di una certa comunità percepiscono allo stesso modo i propri diritti di natura (vita, libertà, proprietà e salute); diversamente da Hobbes egli ritiene che lo Stato di natura non sia una condizione di continua belligeranza ma di convivenza pacifica, in cui la difesa dei diritti naturali è affidata al diritto punitivo esercitato discrezionalmente da ogni individuo. Perciò, nell'atto dell'istituire lo Stato civile, gli uomini non cedono al corpo politico alcun diritto, ma lo rendono tutore dei diritti di natura, delegando al Parlamento il potere di emanare leggi positive che regolino l'esercizio della forza a difesa d'ognuno. Le funzioni fondamentali dello Stato liberale divengono quindi quelle di tutelare in modo eguale in tutti i cittadini la loro vita, libertà individuale e proprietà privata [11]

Inoltre, il pensiero liberale di Locke definisce una giustificazione etica della rivoluzione, il diritto di resistenza che ciascun individuo può e deve esercitare quando lo Stato agisce in contrasto con la volontà popolare i in contraddizione con i principi costituzionali. [12]

Liberalismo e illuminismo

David Hume, 1711 - 1776 filosofo empirista

Il liberalismo è di solito considerato, insieme alla democrazia moderna, una filiazione dell' Illuminismo. Infatti esso si ispira agli ideali di tolleranza, libertà ed eguaglianza propri del movimento illuminista, contesta i privilegi dell' aristocrazia e del clero e l'origine divina del potere del sovrano.

Durante il"secolo dei lumi", il dibattito filosofico politico resta coerente con i principi di fondo della proposta lockiana, articolandosi però in modo diverso su tre aspetti: l'approccio epistemologico, la definizione di "eguale libertà" e la definizione dei poteri.

L'approccio epistemologico della tradizione moralista scozzese (l'evoluzionista Mandeville e l'utilitarista Ferguson) viene riassunta in senso empirista dal connazionale David Hume, che sostenne la deducibilità dei diritti individuali e dell'unilateralità dei rapporti politici attraverso una logica utilitaristico-evoluzionista, anziché giusnaturalista e contrattualista.

Successivamente, il tedesco Immanuel Kant espresse il suo credo liberale parlando di "libertà, uguaglianza e indipendenza" come dei principi che devono reggere uno Stato civile, e approfondisce nelle sue rinomate "critiche" [13] l'aspetto epistemologico del pensiero illuminista in senso criticista.

Anche la definizione di uguale libertà degli individui è oggetto di successive rivisitazioni, da Locke [14] a Kant [15], per confluire nel secolo successivo in quella di Spencer [16].

Infine, è rimarchevole il contributo di Montesquieu ( 1689- 1755), che nella sua opera Lo Spirito delle Leggi riprende il secondo punto fondamentale della dottrina Lockiana, ovvero la separazione dei poteri, ma inglobando il potere "federativo" [17] di Locke nell' esecutivo, e separando da quest'ultimo il potere giudiziario. La garanzia contro l'arbitrio del potere statale stava nella sorveglianza reciproca operata dai tre poteri, efficace solo se separati.

Bisogna osservare comunque come l'illuminismo francese si distinguesse alquanto da quello inglese e americano. Voltaire ad esempio, pur avendo contribuito allo sviluppo filosofico e politico della quota giusnaturalista del liberalismo, non è interessato alla questione della rappresentanza politica e della divisione dei poteri: per lui l'ideale resta quello di un dispotismo illuminato retto da un re-filosofo saggio e tollerante.

Jean-Jacques Rousseau, da parte sua, teorizza una specie di dispotismo della democrazia diretta. La sua concezione della volontà generale alla quale i cittadini devono sottomettersi non sembra prevedere la tutela delle minoranze. Non a caso, molti considerano Rousseau estraneo a qualunque tradizione del pensiero illuminista [18] classificandolo come autore preromantico.

Diritti civili, Stato di diritto e costituzionalismo

John Locke coniò, come abbiamo visto, l'espressione che riassume la concezione liberale classica (giusnaturaista) dei diritti individuali: "vita, libertà personale, proprietà privata, salute". Da tali diritti ne discenderebbero deduttivamente una quantità non finita. Tra questi, quelli che oggi vengono chiamati diritti civili: la libertà di parola, di religione, l' habeas corpus, il diritto a un equo processo e a non subire punizioni crudeli o degradanti. La libertà di un individuo incontra un limite nella libertà di un altro individuo ma non può essere ristretta in nome di valori morali o religiosi in ciò che riguarda la sfera privata dell'individuo. A questi diritti si aggiungono le garanzie a tutela della proprietà privata, riassunte nel detto inglese no taxation without representation (solo le assemblee legislative hanno il diritto di tassare i sudditi).

Un altro punto irrinunciabile del liberalismo è infatti lo Stato di diritto: la legge emanata dalle assemblee legislative è l'unica deputata a stabilire i limiti della libertà individuale. Per John Locke, David Hume, Adam Smith e Immanuel Kant le caratteristiche che le leggi dovevano avere per poter essere rispettose della libertà erano:

  • l'essere norme generali applicabili a tutti (isonomiche), in un numero indefinito di circostanze future;
  • l'essere norme atte a circoscrivere la sfera protetta dell'azione individuale, assumendo con ciò il carattere di divieti piuttosto che di prescrizioni;
  • l'essere norme inseparabili dall'istituto della proprietà individuale.

Si sviluppa la consuetudine di fissare in un documento solenne questi diritti, sull'esempio del Bill of Rights inglese: le Carte dei diritti dei nuovi Stati americani indipendenti e i primi emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti d'America sono gli antenati degli elenchi di diritti previsti dalle Costituzioni ottocentesche e da quelle attuali.

Rivoluzioni "liberali"

La presa della Bastiglia segna l'inizio della Rivoluzione francese, prototipo delle rivoluzioni liberali in Europa

Fatto salvo l'applicabilità dell'aggettivo "liberale" al liberalismo (discussa negli approfondimenti), la rivoluzione francese del 1789 e la maggioranza delle rivoluzioni della prima metà del XIX secolo sono dette rivoluzioni liberali. Queste avevano generalmente lo scopo di ridurre il potere monarchico a favore di quello del parlamento, noché la concessione di una Costituzione che limitasse i poteri del monarca. Di solito furono guidate da una borghesia benestante (per questo sono anche dette rivoluzioni borghesi).

I pareri sull'associazione di tali avvenimenti al liberalismo non sono però concordi; alcuni pensatori liberali come Karl Popper, Marcello Pera, Lucio Colletti, vedono nella rivoluzione francese (e nel suo sostrato culturale prodotto dal pensiero di Voltaire e Rousseau) l'origine dei totalitarismi del Novecento.

Le colonie che daranno origine agli Stati Uniti d'America si trovavano invece in un differente contesto politico. Il potere contro il quale insorsero non era una monarchia nazionale ma la Corona inglese. Inoltre la popolazione bianca degli Stati Uniti non era stratificata socialmente come quella europea: non esisteva un' aristocrazia in contrapposizione ad una classe borghese, né un clero organizzato (i coloni americani erano protestanti), né una classe di veri e propri nullatenenti ( proletariato) a causa dell'abbondanza di terreni. Anche la guerra d'indipendenza americana può essere vista come una rivoluzione liberale, ma facendo per queste ragioni le dovute distinzioni: essa non porta all'instaurazione di una monarchia costituzionale ma di una Confederazione di Repubbliche.

Tra i documenti più celebri dell'epoca delle rivoluzioni liberali è necessario menzionare la Dichiarazione di Indipendenza Americana (che sostituisce il terzo diritto naturale Lockiano "proprietà privata" con la "ricerca della felicità" - salvo la discussione secolare sull'equiparabilità semantica delle due locuzioni) e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, (che separa in due tipologie i diritti individuali - salvo mancare di citare quello alla vita) emanata durante la Rivoluzione francese.

Stato liberale e Stato democratico

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Stato liberale.
1846: raduno dell'Anti-Corn Law League nell' Exeter Hall

Lo Stato liberale classico che si instaura a seguito di queste rivoluzioni è lo Stato minimo, le cui funzioni sono limitate a compiti di difesa e ordine pubblico. Per lo più il diritto di voto era ristretto a coloro che hanno un certo livello di reddito ( suffragio censitario) e che sapevano leggere e scrivere. La costituzione dello Stato liberale è tipicamente breve e flessibile. (La Costituzione degli Stati Uniti d'America ancora una volta si differenzia, perché prevede un'elaborata procedura di revisione).

Lo Stato liberale si trasforma in alcuni paesi ( Inghilterra) in Stato democratico attraverso un processo graduale. In altri paesi (Francia) la resistenza delle classi dominanti porta a scontri violenti ( moti del '48, repressione della Comune di Parigi). Gli Stati Uniti costituiscono un caso a parte: i problemi che devono affrontare sono diversi da quelli dei paesi europei (più che una lotta tra classi sociali perché gli USA diventino una vera democrazia si pone la questione, che sarà risolta solo molto tempo dopo, di includere nel sistema politico gruppi discriminati come gli afroamericani e gli indiani d'America).

Critiche ottocentesche

Hegel, ritratto da Schelesinger, 1831

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, si sviluppano altre teorie politiche che prenderanno il sopravvento nel secolo seguente. Il rigore epistemologico dell'illuminismo viene abbandonato, e viene appassionatamente sostenuta l'alienabilità dei diritti individuali in favore di generici diritti sociali. Il bene (non meglio identificato) della collettività (teorie collettiviste) o della nazione (nazionaliste) diventa l'obiettivo della politica. La necessità di sorvegliare l'autorità pubblica viene dimenticata completamente, perciò le nuove teorie sono tutte massimaliste.

Un primo gruppo di critiche proviene dal nascente movimento socialista. Filosofi come Karl Marx ritengono che i diritti dell'uomo sostenuti dai liberali non sarebbero universali ma esprimerebbero le esigenze di una determinata classe sociale (la borghesia) in un determinato momento storico (il passaggio dal feudalesimo al capitalismo). Perciò le classi dominanti non riconoscerebbero a tutti i diritti politici e sarebbero pronte anche a rifiutare la libertà di parola e di espressione a chi va contro i loro interessi. L' eguaglianza formale proclamata dai liberali non sarebbe sufficiente al permanere delle disuguaglianze economiche: "la libertà politica senza eguaglianza economica è un inganno, una frode, una bugia: e i lavoratori non vogliono bugie" nelle parole del celebre rivoluzionario, l'anarchico Michail Bakunin. Marx nutre scarsa fiducia nella possibilità di strappare alla borghesia il potere economico utilizzando le istituzioni che essa stessa ha creato (i parlamenti, le elezioni) e sostiene la necessità di un rivolgimento rivoluzionario, da cui emergerebbe un sistema economico che garantirebbe la piena emancipazione di tutti gli individui.

Il romanticismo, con la sua reazione contro l'illuminismo, critica l'universalismo liberale e mette al centro della politica l'idea di nazione. Gli uomini non sarebbero più "uguali" ma segnati dalle differenti identità culturali e dall'appartenenza al corpo nazionale. In alcune versioni la dottrina nazionalista non mette in crisi l'idea di un'uguaglianza di diritti fra gli esseri umani. Spesso però è presente l'idea della superiorità di un popolo sugli altri (ad esempio nel nazionalismo tedesco) mentre le idee razziste, avanzate in Francia da Joseph Arthur de Gobineau, vengono usate come giustificazione per l'espansione imperialista europea.

La visione quasi sacrale dello Stato, inteso come espressione dell'eticità ("Stato etico") presente nella filosofia di Hegel, ripresa da numerosi filosofi storicisti, viene anch'essa spesso usata contro il liberalismo, per dare una nuova giustificazione alla subordinazione dell'individuo al potere politico. Questo nonostante Hegel fosse stato personalmente favorevole alla rivoluzione francese e ai suoi principi di libertà.

Critiche novecentesche

La critica maggiore al giusnaturalismo è stata, nel corso del XX secolo, quella della supposta arbitrarietà ( Kelsen, e poi Bobbio) nella definizione dei diritti naturali, che in Locke erano individuati, in ordine gerarchico, in vita, libertà personale, proprietà privata e salute.

Immanuel Kant nella sua critica della ragion pratica ricondusse con logica criticista la filosofia giuridica all'etica

In realtà, la trattazione di Locke è così rigorosa dal punto di vista epistemologico da essere considerata fondatrice dell'epoca illuminista, così definita perché caratterizzata dalla razionalità e dal rigore logico. In particolare, l'individuazione di un'etica istintiva nell'uomo come animale sociale consegue simultaneamente da quattro distinti tipi di trattazione: l'iniziale intuizionismo eidetico è immediatamente supportato empiricamente dall'osservazione sperimentale (un esempio è l'immediato utilizzo da parte dell'infante dell'aggettivo mio=proprietà privata), a cui si aggiunge la trattazione razionalista-utilitaristica (già in Locke, poi in Hume, ma soprattutto in Kant), ancora verificata empiricamente dall'analisi storico-giuridica (del Diritto Romano e delle parti prescrittive della Bibbia).

Il normativismo di Hans Kelsen fu a sua volta oggetto di critiche dai filosofi liberalisti Karl Popper [19], Bruno Leoni [20] [21] [22] e Friedrich Hayek [23]

Continua poi a mantenere una certa ostilità verso il liberalismo, anche se in maniera via via più sfumata, la Chiesa cattolica. Anche quando accettano le regole del sistema liberale i primi partiti cattolici, che nascono all'inizio del XX secolo, si fanno portatori di una visione del mondo molto differente. Essi contrappongono all'individualismo liberale la visione di una società articolata in " corpi intermedi" e rapporti solidaristici. In materia economica, infatti, i suddetti partiti presentano programmi spesso socialmente avanzati, ripresi in parte da quelli socialisti e continuano a opporsi all'estensione delle libertà individuali, soprattutto nella sfera del diritto familiare.

Una nota obiezione sulle conseguenze della libertà economica fu proposta dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il quale nel 1970 tentò di dimostrare matematicamente l'impossibilità del rispetto contemporaneo del liberismo e dell' efficienza paretiana. A questa sua dimostrazione, nota come paradosso di Sen, seguì lo sviluppo di una teoria sociale scevra da tale paradosso, teoria per cui Sen ricevette il Nobel nel 1998.

In Europa

I politici sostenitori del liberalismo classico sono solitamente appartenenti a partiti centristi e fanno parte dell' ALDE. Tuttavia, capita che si autoproclamino "liberali" sia esponenti del centro-sinistra (rifacendosi al liberalismo sociale o anche al socialismo liberale) sia esponenti del centro-destra ( liberalismo conservatore o conservatorismo liberale). È quindi possibile che un social-democratico o un conservatore si definisca anche liberale, mentre tale definizione è invece rigettata da esponenti di estrema destra o di estrema sinistra.

Filoni del liberalismo

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: liberalismo conservatore, liberalismo sociale e liberalismo verde.

Dal secondo dopoguerra, fino al giorno d'oggi all'interno dei partiti autodefinentesi liberali si possono distinguere due filoni principali: quello conservatore ( FDP tedesco, VVD olandese, Venstre danese, i Repubblicani e DL in Francia, il vecchio PLI in Italia etc.) ed il cosiddetto liberalismo sociale ( D66 olandesi, RV danese, PRG francese, il PRI (fino alla fine degli anni novanta) e il PR in Italia, etc.). Oltre a questi gruppi vanno rammentati i partiti centristi e liberali di stampo agrario forti nei Paesi scandinavi e baltici, nonché quei partiti che si pongono in una posizione mediana tra i liberali conservatori e i liberali sociali (VLD belga, LFP svedese, gli attuali Radicali in Italia, etc.).

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